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martedì 8 gennaio 2013

"Sant'Angelo non era l'antico nome di Falerna" di G.B Romano (Gazzetta del Sud, 31/12/2012)

"Sant'Angelo non era l'antico nome di Falerna"
"La tesi sostenuta da Mario Folino Gallo sulle origini di Falerna capoluogo nell'opera "Monografia di Falerna e Castiglione Marittimo" ha dato fuoco alle polveri di un dibattito fra appassionati di storia locale.
Nel suo volume lo storico locale Folino Gallo in sostanza asserisce che un documento notarile e atti vaticani del XVI secolo inducano a ipotizzare che anteriormente al 1626 (data di acquisita autonomia da Castiglione Marittimo, del quale in precedenza era un casale) l'abitato di Falerna si chiamasse Sant'Angelo. Nome che poi sarebbe stato cambiato dai D'Aquino, in una fase di riorganizzazione dei loro feudi.
«Nulla di più falso sotto il profilo storico: non vi sono, infatti, fonti primarie né secondarie che lo attestino», afferma Armido Cario, altro cultore di storia locale. Per il quale «l'equivoco fu alimentato dall'errata interpretazione di un atto notarile, in cui l'ufficiale parla di due lati del castello, uno verso Santa Maria, l'altro verso Sant'Angelo: due semplici luoghi, strade».
Per Cario «di questo Sant'Angelo non si trovano riscontri in fonti religiose, atti fiscali o amministrativi dell'epoca, oltre che anteriori e posteriori». E ribadisce: «La teoria che Falerna sia esistita prima del Seicento e che si chiamasse Sant'Angelo, in apparenza suggestiva, si è rivelata bugiarda. L'ipotesi di Sant'Angelo», spiega lo storico locale, «è stata costruita intorno a un atto notarile del 24 aprile 1585, stipulato per conto di Cesare d'Aquino, conte di Martirano. Oggetto dell'atto è il conferimento di alcuni lavori di muratura e di manufatti nel castello di "detto Signor Conte". Nel documento si fa riferimento a Castiglione per il trasporto delle pietre e per il luogo di stipula. Si citano alcune "carcare". Si richiamano territori sotto l'influenza di Martirano come San Mazzeo e Motta Santa Lucia, in cui il "mastro" aveva diritto di far legname.
E proprio dal notaio di Motta, Sallustio Perri, fu redatto lo strumento originario, in cui i lavori venivano commissionati a Martino Ortale. Nell'atto in questione, invece, tali opere vengono affidate a Giovanni Gallo di Paterno, residente a Castiglione. Nel rogito, prosegue Cario, si parla di lati del castello che guardano a Santa Maria e a Sant'Angelo: due semplici riferimenti territoriali, luoghi, vie, ma non certamente villaggi o paesi.
Stella polare degli storici sono le fonti documentali: dai Registri della Cancelleria Angioina fino ai rogiti notarili del XVI secolo non v'è traccia di Falerna né di toponimi ad essa riconducibili. Neppure nella Platea generale della diocesi di Tropea del 1494 e nella relazione ad limina del vescovo Calvi del 1596. Barrio, nel 1571 autore della prima storia della Calabria, e Marafioti nelle Croniche del 1596 confermano l'inesistenza di Falerna.
Falerna, accompagnata dall'attributo di "casale" (agglomerato di case rurali) fino a tutto il XVIII secolo, è attestata, per la prima volta, osserva Cario, in un atto religioso della prima metà del Seicento, che ne rivela la nascita e la ridotta consistenza. Il presunto Sant'Angelo falernese non risulta in atti di natura religiosa, amministrativa e fiscale né anteriori né successivi al 1585. Nessun riferimento al toponimo nemmeno nei Catasti onciari, interamente acquistati con contributo del comune di Falerna e disponibili on line.
Esiste, invece, una località denominata Sant'Angelo in territorio di Scigliano, censita nei Registri angioini del 1276, che è collocata nella valle prospiciente al castello martiranese, dove sorge il ponte romano di Annibale. Ne esiste un'altra nel comune di Gerocarne, con un'antica storia di autonomia. Ingannevole, conclude Cario, è l'accostamento del Sant'Angelo in questione con la terra di Sant'Angelo, luogo religioso storicamente esistito nei pressi di Tropea, oggi in territorio di Drapia.
Cario afferma: «Folino Gallo, nella sua monografia attribuisce a Falerna proprio i brevi vaticani, relativi a Sant'Angelo di Tropea. Peccato che si trovi a 90 km da Falerna!». Insomma si tratterebbe di un abbaglio che, sottolinea Cario, «potrebbe produrre un danno culturale soprattutto in chi non ha gli opportuni strumenti critici per valutare, a meno che non intervenga una decisa smentita»."

(tratto da La Gazzetta del Sud - ediz. di Catanzaro del 31 dicembre 2012, pag. 33)

venerdì 14 maggio 2010

"Aridateje Loiero: in Calabria puzza di ‘ndrangheta nel voto, una Procura apre gli occhi e Scopelliti piange" di Roberto Galullo, Sole24Ore


Aridateje Loiero. Non perché lo rimpiangano decine di milioni di calabresi, italiani e europei ma perché, come diceva Ennio Flaiano, il meglio è passato. E in politica le riprove sono continue. Soprattutto in Calabria, terra dove la nuova Giunta Scopelliti nasce come un “Governo Chiaravalloti-bis”.

Cinque (forse saranno sei) tra assessori regionali e sottosegretari sono gli stessi che aveva l’indimenticato e indimenticabile ex Governatore pluri-indagato del centro-destra che, come molti ricorderanno, ha impresso una tale svolta socio-economica alla Calabria che dopo è parsa a molti una liberazione la figura di Loiero Agazio (anche lui poi pluri-indagato e attualmente rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta con rito abbreviato Why Not).

Se questa è la buonanotte, potrà avverarsi la mia (facilissima) profezia: il funerale, celebrato a fine marzo 2010 nelle urne, della regione più disastrata d’Italia (e d’Europa). I giovani (Scopelliti li aveva promessi a squarciagola in ogni angolo del globo terracqueo) si riducono alla figura di Giacomo Mancini jr (di cui ancora non si sa cosa farà da grande ma che intanto sarà chiamato a giocare con i numeri del bilancio). Minchia signor tenente!

Per il resto ciofani come Giuseppe “Pino” Gentile (66 anni che logorano gli altri) e il veterinario Francesco Pugliano (55 anni e non sentirli quando vicino si ha un ras come Enzo Sculco), ne sono certo, riusciranno a scaldare le piazze e financo a far scoppiare moti popolari di gioia. Non mi addentro in altri nomi da sottobottega di potere (dove circolano soldi e clientes) perché ho pietà e dignità. Di me stesso.

Giuseppe Scopelliti, homo ridens del circo politico reggino, che aveva promesso di spezzare anche le ali ai passeri nel nome del rinnovamento, ha partorito una Giunta che grida rivolta politica e sociale. Dietro le quinte si agitano le ombre nere della politica sporca tutt’uno con la ‘ndrangheta e la massoneria inquinata, che razzolano voti in ogni modo. Financo quello pulito.

IN PERIFERIA VA PEGGIO

Se Flaiano fosse passato dalle parti di Gizzeria, paese devastato da brutture edilizie alle porte di Lamezia, avrebbe – ne sono certo – illuminato i calabresi e gli italiani con un altro dei suoi aforismi. Indegnamente ci provo io: “il meglio della politica è trapassato”.

Nel senso di morto, defunto, nella dialettica. Qui è stato eletto Pietro Raso con la lista “Gizzeria nel cuore”. Voi direte: echissenefrega! Avete ragione. Però leggete.

Raso da pochi giorni è stato rinviato a giudizio dalla Procura di Lamezia per una vicenda legata all’Hotel Marechiaro di Gizzeria Lido, la struttura turistica che secondo l'accusa è abusiva e che avrebbe ottenuto illegittimamente un finanziamento di alcuni milioni dalla Regione, per l’incentivazione del settore turistico alberghiero.

Insieme a Raso a giudizio anche chi? Due volti noti, accusati di truffa: Giuseppe Chiaravalloti (dalla cui lista di uomini Scopelliti si è abbeverato avidamente) e Pino Gentile, all’epoca assessore regionale al Turismo e che oggi è salito alla destra dell’homo ridens con una prestigiosa nuova carica assessorile: Lavori pubblici. Un inciso: personalmente ho sempre creduto che Gentile fosse, è e sarà il vero Governatore-ombra: nella Giunta Chiaravalloti prima e in questa Giunta simil-Chiaravalloti targata Scopelliti. Il suo potere è enorme anche quando sembra in disgrazia.

Per alcuni reati del procedimento sulla struttura turistica è stato dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione e per altri reati è stata dichiarata l'incompetenza territoriale con la trasmissione degli atti alla procura di Catanzaro. Il giudice della udienza preliminare (Gup) – ci informa la Gazzetta del Sud – “lo ha deciso al termine delle arringhe difensive dell'avvocato Luigi Scaramuzzino, che ha difeso l’ex sindaco di Gizzeria Michele Rosato, il suo ex vice Francesco Argento e appunto l'ex assessore comunale Raso, accusati di associazione per delinquere e truffa. Rosato, Raso e Argento hanno scelto il giudizio abbreviato”. Domani, giovedì 22 aprile, si svolgerà la prima udeinza davanti al Gup.

Francesco Argento è stato nominato vicesindaco nella neo eletta Giunta. Michele Rosato ha fatto carriera: è consigliere provinciale.

Detto per inciso: sono garantista e dunque attenzione. Nessuno di quelli che ho elencato è colpevole di nulla. Saranno i gradi di giudizio a stabilire. Non sono un giudice, mi limito a raccontare fatti. E questi sono fatti.

Altra cosa è ragionare sull’opportunità di candidare, eleggere e far governare persone che hanno vicende giudiziarie in itinere. Su questo ciascuno ha le proprie idee: io sono per l’immacolatezza e la verginità che non prescindano mai dalle aule e dal corso della Giustizia.

L’INSEDIAMENTO E LA SCOMPARSA (APPARENTE) DI PD E PDL

Il 18 aprile il sito www.gizzeriaonline.it ci informa che il: “…nuovo consiglio comunale dell’amministrazione guidata da Pietro Raso inizia con il primo cittadino visibilmente emozionato e con l'apporto di alcuni tra i maggiori esponenti del Pdl calabrese: Mario Magno, neoeletto nel consiglio regionale della Calabria, e dell'onorevole Mario Tassone, esponente di spicco dell'Udc calabrese. Presente alla seduta anche il più votato tra i candidati dell'opposizione nel consiglio regionale nella circoscrizione elettorale provinciale di Catanzaro, Antonio Scalzo del Partito democratico che a Gizzeria ha rinunciato alla competizione elettorale non presentando la lista. Quell'area politica che giusto tre anni fa aveva vinto le elezioni è stata la grande assente al primo consiglio comunale. In sala, erano presenti il coordinatore del Pdl locale Antonello Maruca e il consigliere provinciale Michele Rosato. Il neo sindaco Pietro Raso nel suo intervento di apertura, ha dichiarato che i punti fondamentali della sua amministrazione, che guiderà il comune di Gizzeria dopo nove mesi di commissariamento in seguito alle dimissioni di nove consiglieri dell'ex amministrazione guidata da Sergio

Trapuzzano, saranno legati alla legalità e alla trasparenza amministrativa”.

TRASPARENZA E LEGALITA’

Non vi sarà sfuggito che le nobili e condivisibili parole dell’emozionato Raso fanno riferimento a legalità e trasparenza. Bene, bravo, bis, oltre che pietas per un sindaco che – neppure eletto – è stato oggetto il 26 marzo di un atto intimidatorio: un uovo di Pasqua contenente 250 grammi di esplosivo, ai quali era collegata una miccia, lasciato davanti al portone di casa. Però che bella sorpresa…

Lo stesso giorno – il 26 marzo – l’allora candidato Governatore Scopelliti faceva bella mostra di sé nella centralissima piazza San Pio di Gizzeria, al fianco di Pietro Raso con il deputato del Pdl Pino Galati (altro storico pluri-indagato). Un tour de force più che un tour elettorale.

Parliamo di trasparenza e dialettica politica. La lista “Gizzeria nel cuore”, capeggiata da Raso ha vinto in maniera sorprendente (e con circa il 90% dei voti). L’unica lista concorrente, messa in piedi all’ultimo momento forse solo per legittimare elezioni e voto, era “Popolari per la libertà” che presentava come candidato sindaco chi? Ma lo zio ottantaduenne di Pietro Raso: Antonio Raso! I seguaci dell’arzillo politico hanno beccato una manciata di suffragi che a mettere i votanti in un condominio, metà degli appartamenti sarebbero rimasti sfitti.

E gli altri? Uno spettacolo! Il Pdl per bocca Michele Chirillo, l’esponente di punta del partito locale, dichiarò che avrebbe tanto voluto costituire una lista civica ma fu poi costretto a rinunciare «poiché non si sono riscontrate le condizioni politiche né di opportunità per il paese».

Ma il capolavoro, il vero capolavoro è stato del Pd. Non ha presentato lo straccio di una lista ma il suo segretario locale, Francesco Cortellaro, a pochi giorni dalle elezioni ha dichiarato che “…lo scontro politico vero, si hanno fondati motivi per crederlo, è soltanto rinviato di qualche mese. Nessuno si illuda. Come nelle partite di calcio è finito soltanto il primo tempo”.

LA PROCURA RACCOGLIE MATERIALI

Leggete bene in filigrana quella dichiarazione. Io ricavo la sensazione che il Pd locale avesse fiutato un’aria strana. Magari un venticello – se di calunnia o di buona informazione, saranno i prossimi atti e fatti a dirlo – che porta verso la Procura di Lamezia Terme.

Inutile negarlo. Da quando è arrivato a guidarla Salvatore Vitello (a proposito: le nuove demolizioni di manufatti abusivi, una trentina, sono prossime a partire nella città dopo la ricognizione del Genio militare) la musica è cambiata. Le orecchie si sono alzate e gli occhi si sono spalancati. Vitello gli attributi ce li ha e – se lo lasceranno fare – romperà parecchie uova (di Pasqua) nel paniere.

Tutto lascia credere che la Procura stia raccogliendo materiale e informazioni per capire se e quanto la ‘ndrangheta abbia influito sulle dinamiche politiche prima e sul voto poi.

A sparare presto cartucce politiche sarà proprio il Pd che prima nell’inutile Commissione parlamentare antimafia e poi verosimilmente attraverso un’interrogazione parlamentare chiederà conto al ministro dell’Interno Roberto Maroni proprio della regolarità, in ogni fase, delle elezioni a Gizzeria.

Sul tavolo di alcuni parlamentari calabresi sta girando un vecchio rapporto della Commissione parlamentare antimafia nientepopodimenoche del 2006.

LA RELAZIONE CENTARO

Si tratta della cosiddetta “relazione Centaro” approvata il 18 gennaio e spedita alle Camere due giorni dopo.

A pagina 187 di quella relazione si legge che “…per quel che riguardava il territorio lametino, la Dia riportava a fine 2003 la presenza di diversi gruppi criminali (De Fazio, Iannazzo-Giampà, Cerra-Torcasio, Bagalà, Argento, Mauro-Corrado, Dattilo) e di alcune famiglie satelliti (Pontecannizzaro, Gualtieri e Gattini). Nel circondario di Sambiase e Nicastro erano presenti anche le cosche Mercuri-Arcieri e Strangis…”.

In particolare molti attribuiscono una presenza costante e sottotraccia della famiglia Argento (cognome diffuso a Gizzeria), per il suo costante contatto con la famiglia Mancuso di Limbadi, una delle più ricche e sanguinarie cosche di ‘ndrangheta nella provincia di Vibo Valentia.

Nella stessa “relazione Centaro”, tra pagina 91 e pagina 92 si legge che “…Per quanto concerne, infine, l’esercizio della forza intimidatrice nei confronti dei cittadini, si riportano a titolo esemplificativo alcuni passi di intercettazione.

Durante la conversazione delle ore 01.19 del 31/10/2001, intercettata

all’interno dell’autovettura di Domenico Scardamaglia, Domenico Mancuso pianificava con l’interlocutore una serie di estorsioni e premetteva che avrebbero preparato un paio di surfalora”.

Con il termine «surfalora» in dialetto si intende un particolare tipo di fuochi d’artificio: Domenico Mancuso intende quindi riferirsi a ordigni esplosivi per danneggiamenti a strutture edilizie. “Alle ore 16.54 del 5/11/2001 nella medesima autovettura – prosegue la relazione della Commissione parlamentare antimafia – Domenico Scardamaglia e Domenico Mancuso si recavano nella zona dell’Angitola per avere un colloquio con tale Emilio Giordano, presumibilmente camionista,e con tale Franco Argento (*) dell’agenzia. Diego Mancuso, per il tramite di Nicola Bevilacqua, percepiva dall’Agenzia Minieri Trasporti di Falerna somme di denaro per ogni singolo viaggio effettuato da quei camionisti. I due discutevano del metodo da osservare per costringere terzi a rivolgersi alla predetta agenzia ed osservavano che ai parenti di La Pianera stato spiegato «chi c’era dietro» l’agenzia (cioè Diego Mancuso)…”.

Non resta che aspettare. E seguire gli eventi per capire come e quanto resisteranno la Giunta “Chiaravalloti-Scopelliti” e la Giunta Raso-Argento.

E quanto resisteranno decine di amministrazioni calabresi sulle quali le Procure ordinarie e le Procure distrettuali antimafia della Calabria hanno aperto fascicoli.


r.galullo@ilsole24ore.com

(*) In questo articolo mi occupo, tra le molte cose, anche del vice sindaco di Gizzeria, imputato in un procedimento penale. In ragione del suo cognome trascrivo un passo della relazione parlamentare cosiddetta Centaro che segnalava la presenza in loco, tra le altre, dell’omonima famiglia mafiosa e segnalo la diffusione di quel cognome.
Non è mia intenzione approfondire la figura dell’Argento citato nella
relazione (persona a me del tutto sconosciuta) poiché il mio interesse è rivolto a tutt’altro e al vicesindaco, suo quasi omonimo.
Apprendo dal legale dell'interessato che lo stesso, dopo la approvazione della relazione, è stato assolto e riconosciuto innocente da ogni accusa, cosa della quale prendo volentieri atto.

mercoledì 28 aprile 2010

"Elezioni in Calabria: una regione sotto ricatto" da Exit, La7 del 23 aprile 2010

Oggi, nel Sud Italia, i nuovi presidenti e consiglieri di regione hanno un difficile compito che, poi, è sempre lo stesso: amministrare soldi pubblici che, in passato, sono stati gettati al vento o sono finiti, ancor più spesso, nelle tasche della criminalità organizzata. Molti, direi anche tutti, promettono il cambiamento e noi, tutti, ci speriamo, ma quali sono gli interessi che remano contro?
Roberto Saviano, alla vigilia delle elezioni, aveva detto: “Il voto al Sud non è libero. Troppi interessi, troppa disperazione, troppa criminalità”. In una regione sotto assedio della ‘ndrangheta, è davvero libero il voto dei cittadini?
L’ex procuratore di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, con lucidità e franchezza, lo ammette: “Parlare di infiltrazioni mafiose, in Calabria ed in Sicilia, è anacronistico ed antistorico. L a mafia oggi non s’infiltra; la mafia oggi è talmente forte da essere socia e partner, partecipa alla mensa del potere”. Ed il potere, in Calabria, significa soprattutto sanità: ospedali pubblici e cliniche private o, meglio, “sanità pubblica a conduzione pubblica e sanità pubblica a conduzione privata”.
Sarebbe stato opportuno verificare la composizione delle liste prima del voto, come aveva tuonato l’on. Angela Napoli. Oramai, bisogna solo sperare che tra i nuovi consiglieri regionali non vi siano uomini prestanome perché questo è già successo e lo sappiamo.
Le mafie non s’infiltrano più solo nella politica e nell’economia: quasi fossero un partito o un’associazione di categoria, esse siedono al tavolo delle trattative per gestire soldi e potere, per esempio quelli della sanità che, in Calabria, serve l’80% del bilancio pubblico regionale. Per questo i politici, puntano a metterci le mani, costi quel che costi.
“La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile e questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo”: l’ha scritto Corrado Alvaro cinquant’anni fa e l’ha ripetuto, il mese scorso, Roberto Saviano.
A tal proposito, vi propongo questo documento filmato, trasmesso da LA7 nel corso della puntata speciale del 23 aprile scorso, dal titolo “Elezioni in Calabria: una regione sotto ricatto”. È brutale ma illuminante e vero. La storia si ripete e dimostra che la Calabria ed i calabresi, da soli, non si libereranno; anzi, continueranno ad essere schiavi e succubi delle loro contraddizioni, anomalie ed abusi: quasi sempre, è stato lo “straniero” ad accorgersene, a parlarne apertamente, a metterli in evidenza ed a denunciarli. In questo caso, è stato l’occhio obiettivo ed attento di una giornalista , ancora una volta non calabrese.








venerdì 3 aprile 2009

"Il canto dei nuovi migranti": omaggio a Franco Costabile


Questo intervento rappresenta un misero, ma sincero omaggio a Franco Costabile, massimo cantore della Calabria, che la cultura e la memoria collettiva continuano ad oltraggiare con l'oblio.

Nessun artista, nessun talento, autentico o sedicente, di questo lembo di penisola che va dallo Stretto al Pollino, ha saputo cogliere, dipingere, denunciare, addolorarsi, reagire alle contraddizioni della nostra terra e della nostra gente come Franco.

Il suo canto vero, libero, triste ed aggressivo è sempre tuonante, contro la malavita, la mala politica, il malcostume... Ieri come oggi.

Franco ci appartiene, Franco appartiene ai calabresi, eppure continua ad essere un reietto, così come lo era in vita.

Questo è il suo canto...


Ce ne andiamo.
Ce ne andiamo via.

Dal torrente Aron
Dalla pianura di Simeri.

Ce ne andiamo
con dieci centimetri
di terra secca sotto le scarpe
con mani dure con rabbia con niente.

Vigna vigna
fiumare fiumare
Doppiando capo Schiavonea.

Ce ne andiamo
dai campi d'erba
tra il grido
delle quaglie e i bastioni.

Dai fichi
più maledetti
a limite
con l'autunno e con l'Italia.

Dai paesi
più vecchi più stanchi
in cima
al levante delle disgrazie.

Cropani
Longobucco
Cerchiara Polistena
Diamante
Nao
Ionadi Cessaniti
Mammola
Filandari...

Tufi.
Calcarei
immobili
massi eterni
sotto pena di scomunica.

Ce ne andiamo
rompendo Petrace
con l'ultima dinamite.

Senza
sentire più
il nome Calabria
il nome disperazione.

Troppo tempo
siamo stati nei monti
con un trombone fra le gambe.
Adesso
ce ne scendiamo
muti per le scorciatoie.

Dai Conflenti
dalle Pietre Nere da Ardore.

Dal sole di Cutro
pazzo sulla pianura
dalla sua notte, brace di ucccelli.

Troppo tempo
a gridarci nella bettola
il sette di spade
a buttare il re e l’asso.
Troppo tempo
a raccontarci storie
chiamando onore una coltellata
e disgrazia non avere padrone.
Troppo
troppo tempo
a restarcene zitti
quando bisognava parlare, basta.

Noi
vivi
e battezzati
dannati.
Noi
violenti
sanguinari
con l'accetta
conficcata
nella scorza
dei mesi degli anni.
Noi morti
ce ne andiamo
in piedi
sulla carretta.
Avanzano le ruote
cantano i sonagli verso i confini.

Via!
Via
dai feudi
dagli stivali dai cani
dai larghi mantelli.

Ussahè…

Via
Via!

Via
dai baroni.

I Lucifero
I conti Capialbi
I Sòlima gli Spada
I Ruffo
I Gallucci.

Usciamo
dai bassi terranei
dal sudario
dei loro trappeti
dai parmenti
della vendemmia
profondi
a lume di candela
e senza respirazione.

Via
dai Pretori
dalla Polizia
dagli uomini d'onore.

Non chiamateci.
non richiamateci.

È scritto
nei comprensori
È scritto
nei fossi nei canali
È scritto
in centomila rettangoli
alto
su due pali
Cassa del Mezzogiorno
ma io non so
che cosa
si stia costruendo
se la notte
o il giorno.

Ci sono raffiche
su vecchie facciate
che nessuno leva: l'occhio
del Mitra
è più preciso
del filo a piombo della Rinascita.

Addio,
terra.
Terra mia
lunga
silenziosa.

Un nome
non lo ebbe
la gioventù
non stanchiamoci adesso
che ci chiamano col proprio cognome

Nnoi
Noi
ce ne siamo
già andati.

Dai catoi
dagli sterchi orizzonti.

Da Seminara
dalle civette di Cropalati.

Dai figli
appena nati
inchiodati nella madia
calati dalle frane
dall'Aspromonte
dei nostri pensieri.
Spegnete
le lampadine della piazza.
scordiamoci
delle scappellate
dei sorrisi
dei nomi segnati
e pronunciati per trentasei ore.

Cassiani
Cassiani
Cassiani
Cassiani
Foderaro Galati
Foderaro
Antoniozzi
Antoniozzi
Cassiani
Cassiani

La croce
sulla croce,
diceva l'arciprete.
E una croce
sulla croce,
segnavano le donne.
andavano
e venivano.

Foderaro
Antoniozzi
Antoniozzi

È stato
sempre silenzio.
silenzio
duro
della Sila
delle sue nevicate a lutto.

È stato
il pane a credenza
portato
sotto lo scialle
all'altezza del cuore.
Sono stati
i nostri occhi stanchi
guardando
le finestre illuminate
della prefettura.

Carabinieri,
fermatevi.

Guardate,
giratevi
non c'è nemmeno un cane.
Siamo
tutti lontani
latitanti.

Fermatevi.

Restano
gli zapponi
dietro la porta,
icieli,
i vigneti.
La pietra
di sale sulla tavola.

I vecchi
che non si muovono
dalla sedia, soli
con la peronospera nei polmoni.
Le capre
la voce lunga
degli ultimi maiali scannati.
L'argento
a forma a forma di cuore, nella chiesa.
Le ragnatele
dietro i vetri, le madonne.
la ragnatela del Carmine
la ragnatela di Portosalvo
la ragnatela della Quercia

Restano le donne
consumate da nove a nove mesi
con le macchie
della denutrizione
della fame.

Le addolorate
Le pietà di tutti gli ulivi,
Lavando
rattoppando
cucinando su due mattoni
raccogliendo
spine e cicoria.

Cancellateci
dall'esattoria

Dai municipi
dai registri
dai calamai
della nascita.

Levateci
il I giorno di scuola
senza matita
senza quaderno
senza la camicia nuova.

Toglieteci
dalle galere.
Non ubriacateci.
Liberateci
dai coltelli di Gizzeria
dal sangue dei portoni.
Non chiamateci da Scilla
con la leggenda
del sole
del cielo
e del mare.

Siamo
ben legati
a una vita
a una catena di montaggio

Scioglieteci
dai limoni
dai salti
del pescespada.

Allontanateci
da Palmi e da Gioia.

Noi
vivi
Noi
morti
presi
e impiccati
cento volte
ce ne siamo già andati
staccandosi dai rami,
dai manifesti della repubblica.

Di notte
come lupi
come contrabbandieri
come ladri.

Senza un'idea dei giorni
delle ciminiere degli altiforni.
Siamo
in 700 mila
su appena due milioni.
Siamo
i marciapiedi
più affollati.
Siamo
i treni più lunghi.
Siamo
le braccia
le unghie d'Europa.
Il sudore Diesel.
Siamo
il disonore
la vergogna dei governi.

Il Tronco
di quercia bruciata
il monumento al Minatore Ignoto

Siamo
l'odore
di cipolla
che rinnova
le viscere d'Europa

Siamo
un'altra volta
la fantasia
degli dei.
Milioni di macchine
escono targate Magna Grecia.
Noi siamo
le giacche appese
nelle baracche nei pollai d'Europa.

Addio,
terra.
Salutiamo,
è ora.